11 settembre 2009

Il menù dei giornali e la fame dei lettori

Riporto questo articolo scritto da Stephan Faris per Time e pubblicato in Italia da Internazionale n.810 a pagina 24. Molte, ma non tutte, le considerazioni condivisibili: come al solito le analisi e le riflessioni più interessanti arrivano dall'estero.

Il menù dei giornali e la fame dei lettori

Ogni discussione su quello che non va nella politica italiana porta inevitabilmente alla domanda su cos'è che non va nei mezzi d'informazione. In un Paese dove il Presidente del Consiglio controlla le tv, solo una persona su dieci compra i quotidiani mentre - secondo la World association of newspaper - negli Stati Uniti lo fa una su cinque e in Giappone tre su cinque.
Il problema sembra essere lo scarso appetito degli italiani per l'informazione. Ma se la colpa fosse invece del menù?
A Luglio, durante un festival letterario in Sardegna, ho potuto constatare l'insoddisfazione dei lettori. Quando in un incontro sui mezzi d'informazione ho fatto notare che i giornalisti italiani sembrano scrivere per i loro colleghi, per i politici o per il piacere di leggersi, il pubblico ha applaudito. E nel dibattito successivo molti hanno chiesto perchè nessuno scrive le notizie per i lettori.
La situazione non è molto diversa rispetto a cinquant'anni fa, quando il giornalista Enzo Forcella sostenne che i quotidiani italiani erano scritti per millecinquecento lettori: ministri, parlamentari, dirigenti di partito, sindacalisti e industriali. Le notizie, scrisse Forcella, sono pubblicate nell'"atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall'infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva".
Secondo Paolo Mancini, professore di sociologia delle comunicazioni all'università di Perugia, la stampa italiana è sempre stata scritta da e per gli intellettuali. Le pagine culturali dei principali quoditiani hanno l'aria di una rivista accademica. La grafica e l'impaginazione sono dense e confuse. Le foto sono spesso ritratti delle solite facce. Quando esplode un caso politico, le prime pagine ospitano anche cinque diversi articoli di giornalisti di punta che espongono il loro parere. Raramente si spiega il contesto.
Si è detto molto del controllo di Berlusconi sulla tv italiana, ma anche il mondo dei giornali ha dei conflitti d'interesse. La Fiat ha quote di controllo nel Corriere della Sera e ne La Stampa. La Repubblica è di Carlo De Benedetti, rivale in affari di Berlusconi, con interessi nei settori dell'energia, dell'auto e della sanità. Il Sole 24 Ore è della Confindustria. "Gli imprenditori italiani dipendono dalla politica", spiega Riccardo Franco Levi, parlamentare d'opposizione ed ex direttore dell'Indipendente, un quotidiano che ha avuto vita breve. "Lo spazio per un giornalismo combattivo è molto limitato".
Nell'Italia di oggi non mancano nemmeno le ingerenze dirette del governo. A giugno Berlusconi ha invitato gli industriali a non comprare spazi pubblicitari sui giornali che "cantano le canzoni del disfattismo e del catastrofismo", cioè quelli che raccontano la sua vita privata. "Sarebbe accettabile in altre parti del mondo?", si chiede Levi.
Non c'è da sorprendersi se gli italiani si rivolgono a fonti di informazione alternative. Negli ultimi anni hanno avuto successo i quotidiani gratuiti, distribuiti alle fermate della metropolitana. Hanno budget limitati ma offrono ai lettori qualcosa di nuovo: l'informazione nuda e cruda. (...) Su internet il blog del comico Beppe Grillo ha un grande seguito. Stesso discorso per Dagospia, la risposta italiana di sinistra a Drudge Report.
La crisi che colpisce i giornali di tutto il mondo non fa eccezione in Italia. Si prevede che a settembre più di cinquecento giornalisti perderanno il posto. In questa situazione sorprende la domanda di un altro tipo di giornalismo. L'anno scorso ho partecipato al Festival di Internazionale (...). Le sale erano strapiene e gli spettatori si sedevano in piazza per ascoltare i dibattiti dagli altoparlanti. Le vendite dei giornali sono generalmente in calo, ma Internazionale vende il 25% di copie in più rispetto all'anno scorso.
In Italia gli editori che ci tengono a salvare i loro giornali potrebbero provarci cominciando con il soddisfare la fame dei loro lettori.

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